SCONVOLGENTE INCHIESTA SULLA VENDITA DI ARMI ITALIANE IN GIRO PER IL MONDO, MA SOPRATUTTO A STATI CHE ”AIUTANO” L’ISIS.

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Straordinaria inchiesta di una valente, giovane, giornalista italiana, Vittoria Patanè, sulla produzione e la vendita nel mondo di armi italiane. Da spavento. Ecco le prove che l’Italia – nonostante quello che afferma Renzi (lo stato non fa affari con nazioni che aiutano l’isis) – è direttamente coinvolta nella fornitura di armi ai tagliagole islamici. Questo spiega meglio tante chiacchiere e analisi “dotte” la vera ragione della “prudenza” e del “pacifismo” del governo. Non si combatte contro quelli con i quali si fanno ricchi affari d’armamenti.

Leggiamo.

“Pochi sanno che quando si parla di Made in Italy non ci si riferisce solo a cibo, moda e belle macchine, ma anche a un altro tipo di prodotto che nel corso degli ultimi 25 anni ha generato un giro d’affari, tra autorizzazioni e consegne, pari a 90 miliardi di euro. Una vera e propria gallina dalle uova d’oro per il nostro Paese che però, quando ci vantiamo orgogliosamente del primato del marchio italiano nel mondo, non viene mai nominata.

Sicuramente non per modestia, forse un po’ per pudore, probabilmente perché fa un po’ comodo a tutti che non se ne parli continuando ad incassare in silenzio denaro vitale per le casse dello Stato. L’italico “prodotto – gallina dalle uova d’oro”  cui ci riferiamo sono le armi. Leggere (munizioni, pistole, fucili, esplosivi) e pesanti (elicotteri, carri armati, ecc.). Società come Beretta, Agusta Westland o Aermacchi, controllate del gruppo Finmeccanica, rappresentano infatti il meglio del meglio dell’industria mondiale. Non a caso in questo settore non solo siamo tra i più attivi al mondo, ma anche tra i migliori.

Secondo i dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) siamo al 12esimo posto nel mondo quanto a spese militari con 23,29 miliardi di euro di uscite nel 2014 (l’1,5% del PIL), mentre per quanto riguarda l’export di armamenti l’anno scorso ci siamo piazzati al nono posto nella classifica globale con un totale di 786 milioni di dollari (circa 700 milioni di euro) di entrate. Andando indietro nel tempo tra il 2000 e il 2013 l’Italia ha raggiunto addirittura il primo posto in classifica per esportazioni di armi comuni seguita da Germania Stati Uniti .

Ma dove vanno a finire le nostre armi? USA, Regno Unito, Germania, Francia in primis. Ma anche Algeria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In base a quanto riportato dall’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL), dal 1990 ad oggi le principali autorizzazioni all’export di sistemi d’arma italiani si sono dirette verso l’Unione Europea che rappresenta il 35,9% del totale. Subito dopo però troviamo la zona formata da Medio Oriente e Nord Africa che conta nel nostro export per il 23,2% e l’Asia che raggiunge il 15,4%. L’OPAL sottolinea però che prendendo come base di riferimento il quinquennio 2010-2014, si scopre che mentre le autorizzazioni verso l’UE hanno registrato un netto calo passando dal 36,4% del 2004-2009 al 24,5 degli ultimi cinque anni, l’export verso il Medio Oriente e il Nord Africa ha invece segnato un cospicuo aumento arrivando al 35,5% , così come sono cresciute le autorizzazioni verso l’Asia (16,2%) e l’America Latina (5,2%).

Parlando invece dei singoli Paesi, negli ultimi 25 anni i destinatari del nostro export sono stati soprattutto Stati Uniti   (4,5 miliardi di euro) Regno Unito (4 miliardi). Consistente anche l’export nei confronti di Arabia Saudita (3,9 miliardi) Emirati Arabi Uniti (3,2 miliardi) Turchia (2,7 miliardi), India (1,6 miliardi), Pakistan (1,2 miliardi), Libia (353 milioni).

La classifica cambia restringendo l’arco temporale di riferimento al quinquennio 2010 e il 2014 il principale paese destinatario del nostro export risulta essere l’Algeria (1,4 miliardi di euro), seguita, dall’Arabia Saudita (1,2 miliardi di euro), dagli USA e dagli Emirati Arabi Uniti.

Da sottolineare inoltre che lo scorso 11 settembre Matteo Renzi ha firmato un memorandum d’intesa con il Kuwait che prevede l’acquisto da parte del suddetto Paese di 28 caccia Eurofighter di un consorzio europeo guidato da Finmeccanica per un totale di 8 miliardi di euro, una cifra che rappresenta la più grande commessa mai ottenuta dall’azienda guidata da Mauro Moretti. Dal 2012 al 2014 inoltre l’Italia ha esportato armi al Kuwait per 17 milioni di euro, ma soprattutto al Qatar per 146 milioni di euro.

Si tratta, curiosamente, dei due Paesi che, insieme alla già citata Arabia Saudita, rappresentano secondo il Washington Institute for Near Policy, i principali finanziatori (ovviamente indiretti e non ufficiali) dell’ISIS, che negli ultimi due anni avrebbe ricevuto dagli Stati del Golfo Persico circa 40 milioni di dollari. L’organizzazione attiva in Iraq e sutura, comunque, non sembra usare armi italiane, preferendo, secondo il Conflict Armament Research, armamenti americani, russi e cinesi).

Quali sono le regole da rispettare per l’esportazione delle armi?

Le “norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” sono regolate dalla legge 185 del 1990, che stabilisce i criteri base da rispettare. In primo luogo le esportazioni di armi non devono essere contrari ai “i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (articolo 11), in secondo devono essere utilizzate delle  “specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni” e “modalità di controllo sulla destinazione finale degli armamenti”.

Questo significa che le armi italiane non possono essere vendute a Paesi in guerra tra loro, ma che tuttavia l’Italia può vendere armi anche a Paesi che devono affrontare problemi di “ordine interno”, come le proteste degli attivisti per la democrazia, che, come si è visto negli anni scorsi nella penisola arabica, sono state represse nel sangue, magari con l'”aiuto” di armi italiane”.

Articolo originale pubblicato da http://it.ibtimes.com/ – che ringraziamo.

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