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L’Impero Ottomano voluto e finanziato dalla famiglia Rothschild

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Da La Mia Parte Intollerante

La storia nasconde una verità scomoda, una delle tante. In questo articolo andiamo a parlare del glorioso Impero Ottomano. In pochi infatti sanno che la nascita di questo impero fu voluta e finanziata da una sola famiglia e cioè i Rotschild. Stiamo parlando dell’impero più lungo della storia infattamente è durato 623 anni, dal 1299 al 1922. Senzadubbiamente nessuno è a conoscenza che un giovanissimo barone Jacob Rothschild nel 1290 mise le fondamenta dell’impero. Le prove sono uscite, è stato ritrovato infatti l’assegno con il quale Rothschild ha finanziato l’impero. L’assegno riporta la cifra di 665 euro che per l’epoca erano tantissimi soldi. Basta pensare che con una cifra del genere potevi acquistare all’epoca circa sette milioni di cammelli, quelli buoni d’assalto, o 17 milioni di cammelli utilitari per il popolo. E qui si spiega la nascita ma quali motivi hanno spinto la creazione dell’impero sono ben noti.

Infatti l’impero è nato con uno scopo preciso ovvero conquistare l’Europa. Quello a cui la famiglia Rothschild ammiccava era far si che le culture si mescolassero, una volta insieme feste e banchetti li unissero e con l’alcol ottomano unito al buon vino europeo queste culture si accoppiassero. Così da far nascere una nuova razza meticcia più docile, più incline a rispettare il padrone. Infatti fate la prova a lanciare un bastone al meticcio umano lui correrà per prenderlo e riporlavelo. Ecco spiegato l’arcano dietro la nascita dell’impero più duraturo e glorioso della storia dell’umanità.

La storia dell’impero ottomano è stata lunga, gloriosa e densa di avvenimenti che hanno coinvolto e segnato, direttamente o indirettamente, lo sviluppo sia dell’Europa che quello di altre vaste regioni del Nord Africa e del Medio Oriente. Per molti secoli, a partire dal 1300, l’impero ottomano ha infatti rappresentato un grande ed importante organismo politico, etnico, religioso e militare.

All’origine di questa complessa e possente struttura imperiale furono le numerose migrazioni dei popoli provenienti dall’Asia centrale. Da questo immenso territorio, tra il IV e il V secolo, gli Unni investirono direttamente le steppe russe e l’Europa centrale, portando altre popolazioni ad essi linguisticamente affini ad esercitare nelle epoche successive un’analoga e costante pressione in direzione della Russia meridionale e dell’Anatolia dove, verso la metà dell’XI secolo, i turchi selgiuchidi si insediarono saldamente, sconfiggendo gli eserciti bizantini a Mantzikert (1071), e determinando l’inizio del declino di questa civiltà. Ridotta Bisanzio ad un piccolo regno aggrappato alle sponde del Bosforo, gli oghuz o turcomanni, convertitisi nel frattempo all’islam, consolidarono la loro presenza su quasi tutta l’Anatolia e il Medio Oriente, allargando i loro orizzonti espansionistici anche oltre i confini occidentali dell’ex impero romano d’Oriente.

Quando nel XIII secolo le armate mongole provenienti dal cuore dell’Asia incominciarono a spostarsi velocemente verso occidente, investendo i territori compresi tra la Russiae l’altopiano iraniano, l’Anatolia turca si frantumò in numerosi principati, tra i quali emerse quello retto da Osman che, dopo avere conquistato nel 1326 il ricco centro commerciale di Bursa, fece di quest’ultima località la prima capitale di uno stato che da lui assunse la denominazione di ottomano, dando origine ad una dinastia che nell’arco di cinque secoli porterà sul trono 36 sovrani. I figli di Osman I, Orkhan e ‘Ala ud-Din getteranno le basi per l’espansione territoriale del neonato regno, avviando una saggia politica di alleanze – stipulate anche attraverso matrimoni diplomatici – con le fazioni bizantine in lotta tra di loro, e combattendo in Anatolia i principati islamici rivali.

Una grande spinta all’espansione imperiale in direzione del continente europeo la diede Suleyman, figlio di Orkhan che riuscì ad accerchiare ciò che rimaneva del minuto e traballante impero bizantino. Dopo avere conquistato Edirne, nel 1361, e dopo avere travolto la resistenza slava e serba a Cirmen, sulla Maritsa (1371), e a Kosovo Polie (1389) – dove i turchi massacrarono il fior fiore della nobiltà e dell’esercito serbi – gli ottomani rafforzarono definitivamente la loro potestà d’imperio su gran parte della regione balcanica. Nel 1393 conquistarono il regno di Bulgaria, arrivando a minacciare l’Ungheria. Il re ungherese Sigismondo di Lussemburgo tentò di fermarli ma fu sconfitto nella battaglia di Nicopoli nel 1396. L’avanzata degli ottomani fu bloccata dall’emergere del grande condottiero Tamerlano, che nel 1402 li sconfisse pesantemente ad Ankara, prendendo prigioniero lo stesso sultano Bayazid II Yildirim (la folgore). Alla morte del sovrano turco-mongolo tuttavia il suo impero si sfasciò e gli ottomani poterono risorgere dopo un lungo periodo definito di “interregno” e riprendere la loro avanzata sotto la guida del sultano Murad II che, nel 1444, a Varna sconfisse un’armata composta da serbi, polacchi e ungheresi. Nel 1453 sotto il sultano Mehmet II (Maometto II), detto poi Fatih (il Conquistatore), l’impero ottomano occupò Costantinopoli, facendo cadere definitivamente l’impero romano d’Oriente. Dopo questa conquista, Costantinopoli cambiò nome in Istanbul e divenne la nuova capitale (la chiesa ortodossa di Santa Sofia venne trasformata in una moschea). In seguito gli ottomani espansero i loro domini annettendo diverse regioni dell’Asia, del Nord Africa e dei Balcani. Guidati da grandi sultani, come Selim I – che abbatté il sultanato mamelucco di Siria ed Egitto e conquistò tutti i paesi arabi del Vicino Oriente – e come Solimano il Magnifico, gli ottomani entrarono in contrasto con i regni europei per il predominio sul Mediterraneo. Nel 1521, essi occuparono Belgrado e nel1526, a Mohàcs, sconfissero il re d’Ungheria e Boemia Luigi II Jagellone, che morì in combattimento. Nel 1529, gli ottomani assediarono anche Vienna, che però resistette. Nel 1570, sotto il sultano Selim II, i turchi conquistarono il possedimento veneziano di Cipro, mettendo in allarme l’intera Europa cristiana. Nel1571, a Lepanto, una grande flotta composta da unità veneziane al comando del futuro doge Sebastiano Venier e da una moltitudine di galee e galeazze appartenenti alla flotta imperiale spagnola di don Giovanni d’Austria, a quella della Repubblica di Genova (al comando di Andrea Doria) e a quelle dell’Ordine dei Cavalieri di Rodi e dello Stato Pontificio (in omaggio alla Chiesa, comandante onorario supremo della variegata Armata cristiana fu fatto Marcantonio Colonna), inflisse una dura sconfitta agli ottomani, bloccandone momentaneamente le mire espansionistiche.

Verso la metà del XVII secolo, tuttavia, i turchi ripresero a marciare verso ovest, estendendo la loro influenza sull’intera regione balcanica. Nel 1683, essi tentarono addirittura di piegare l’impero asburgico, lanciando una nuova offensiva in direzione di Vienna sotto le cui mura furono però sconfitti. Con questa battuta d’arresto, e in concomitanza con il progressivo rafforzamento delle potenze europee, ebbe inizio il lento ma inesorabile processo di indebolimento politico, diplomatico, militare ed economico dell’impero ottomano: decadenza che, nell’arco di neanche due secoli, avrebbe trasformato il “terrore della Cristianità” in un organismo sempre più fragile e alla mercé dell’Europa delle Grandi Nazioni. Tra il XVIII e il XIX secolo, l’impero Russo conquistò (come vedremo) ampi territori turchi affacciati sul Mar Nero e ubicati nell’area del Caucaso. E nel 1821, l’impero ottomano dovette affrontare la rivolta del popolo greco che fu appoggiata da quasi tutte le nazioni europee e, nel 1829, con la pace di Adrianopoli,la Sacra Portafu costretta a sgomberare la penisola ellenica, riconoscendo l’indipendenza dello stato greco. Tra il 1830 e il 1881, la Francia strappò l’Algeria ela Tunisiaalla Turchia e, nel 1878 e nel 1882,la Gran Bretagnaoccupò Cipro e l’Egitto.

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Ma fula Russia, tradizionale nemica della Turchia, ad assestare a Costantinopoli i colpi più duri e significativi. Tra la seconda metà del XVIII secolo e il chiudersi di quello successivo, gli zar ingaggiarono più di una guerra con gli ottomani per la supremazia sulle regioni caucasiche e per il predominio sul Mar Nero. Un tentativo russo d’espansione nella penisola balcanica ai danni della Turchia (guerra russo-turca del 1876-77) si concluse con il trattato di Santo Stefano (1878) che sottrasse alla Sacra Portala Bessarabiameridionale. Tuttavia, l’atteggiamento sempre più aggressivo degli zar e le loro eccessive richieste di compensi territoriali ai danni della Turchia finirono per indurre la Francia e soprattutto l’Inghilterra a sposare una nuova politica decisamente più amichevole nei confronti della Sacra Porta. Verso la metà del XIX secolo, infatti, sia Londra sia Parigi scesero in campo a fianco dell’impero ottomano, dichiarando guerra alla Russia (Guerra di Crimea, 1854-1856). Ma a ben vedere, nonostante queste prese di posizione, la protezione concessa dall’Inghilterra agli ormai deboli sultani turchi traeva le sue vere origini non certo da generosità, ma da precisi calcoli politici. Verso la metà del XIX secolo, Inghilterra e Francia andarono in soccorso della Turchia soprattutto per cercare di inibire le velleità espansionistiche della Russia, divenuta ormai una realtà politica e militare troppo pericolosa. Ne conseguì che nella seconda metà dell’Ottocento le due potenze occidentali cercarono di limitare lo smembramento definitivo dell’impero ottomano, pur non rinunciando, come si è visto, ad acquisire a proprio vantaggio territori e concessioni strappate ai turchi proprio in cambio di un’interessata ed ambigua alleanza in funzione antirussa. Un atteggiamento – quest’ultimo – che contribuì ad accelerare ulteriormente lo sfacelo di un organismo ormai incapace di esercitare nell’arena internazionale una propria autonoma e dignitosa funzione.

All’inizio del Novecento, la Turchia – che lo zar Nicola I aveva battezzato sarcasticamente il Grande Malato d’Europa – si era ridotta a svolgere un ruolo politico e diplomatico di profilo molto basso, subordinato di fatto alle intese e alle strategie politiche, economiche e militari delle principali potenze occidentali. Relegato il governo di Costantinopoli ad una condizione di perenne sudditanza, le grandi nazioni europee cominciarono a spostare apertamene le loro mire espansionistiche verso il Mediterraneo e il Medio Oriente ottomano: area, quest’ultima, ritornata strategica in seguito all’apertura, avvenuta nel 1869, del Canale di Suez. La particolare situazione interna della regione, abitata da minoranze etniche e religiose abbastanza irrequiete, suggeriva agli statisti europei manovre molto spregiudicate, ma nel contempo poneva loro preoccupanti interrogativi.

Il vuoto di potere che si sarebbe inevitabilmente verificato in seguito ad un eventuale e definitivo crollo dell’apparato amministrativo e militare turco in Medio Oriente, inquietava non poco i diplomatici occidentali, in gara tra di loro per spartirsi il ricco bottino. L’Inghilterra, ad esempio, temeva che possibili disordini in Palestina potessero compromettere la sicurezza del Canale di Suez e quella delle sue linee di collegamento con l’India. Mentre la Francia, che nutriva esplicite ambizioni sulla Siria e sul Libano, paventava l’intrusione in Terra Santa di pericolosi antagonisti come Germania e Russia. La corte di San Pietroburgo, dal canto suo, sperava invece in un rapido tracollo turco per raggiungere l’area degli Stretti e i tanto agognati “mari caldi”. Il kaiser ambiva ad aprire alla potente industria tedesca i mercati orientali, minacciando nello stesso tempo l’egemonia britannica in Egitto, Persia e India. L’Austria, infine, non aspettava altro che l’impero turco si indebolisse ulteriormente per espandersi nei Balcani e per assoggettare l’Albania.

Tutte le potenze avevano quindi buone ragioni per tenere sotto stretto controllo il “malato d’Europa”. Consci del pericolo di un’imminente disgregazione politica e nazionale, verso la fine dell’Ottocento alcuni intellettuali turchi iniziarono a teorizzare e a reclamare una radicale modernizzazione strutturale e funzionale dell’impero. Innescare un rapido processo di occidentalizzazione degli apparati burocratici ed istituzionali dello Stato sembrava infatti l’unica alternativa possibile alla frantumazione territoriale o – peggio – alla colonizzazione dell’impero da parte di potenze europee.

Alla fine dell’Ottocento, con l’ascesa al potere dell’ultimo autocrate ottomano, Abdul Hamid II (1842-1918), la Turchia era in effetti piombata nel più totale caos politico ed economico. Davanti alla sfida del mondo moderno, gli ultimi sovrani della Sacra Porta si erano dimostrati ancora una volta incapaci di elaborare soluzioni atte a salvare l’impero dalla rovina. Secondo le correnti riformiste formatesi alla fine del XIX secolo, i principali obiettivi da raggiungere erano innanzitutto la creazione di un solido esecutivo sotto la guida del gran visir (il capo dei ministri del Sultano), l’introduzione di garanzie costituzionali di matrice liberale, la riforma della giustizia, la razionalizzazione del sistema fiscale ed economico e l’apertura di scuole pubbliche laiche, soprattutto tecniche. Si trattava in sostanza di un piano gigantesco ed estremamente impegnativo che, tuttavia, solo in minima parte poté essere realizzato a causa di svariati fattori.

L’impero ottomano mancava innanzitutto della necessaria coesione politica interna; non era in sostanza una nazione ma un insieme di popoli assai diversi gli uni dagli altri. La classe dirigente non faceva capo ad un medesimo gruppo etnico e culturale: molti suoi membri appartenevano a razze molto diverse ed antagoniste che, spesso, non avevano in comune neanche la lingua. Oltreal turco, gli idiomi più diffusi erano il curdo, l’armeno, il greco, l’arabo e i diversi dialetti balcanici, caucasici e mesopotamici. Questa antica differenziazione aveva fatto sì che i vari nuclei etnici e linguistici, gelosi delle proprie tradizioni, vivessero molto distaccati gli uni dagli altri. In uno stato teocratico come la Turchia, la religione avrebbe dovuto giocare un ruolo fondamentale nel processo di omogeneizzazione nazionale. Nondimeno, la massima autorità governativa turca – il sultano – che si sovrapponeva alla più importante carica religiosa imperiale, il califfo (diretto successore temporale e spirituale di Maometto) era accettata in maniera differente dalle varie correnti interne dell’islam. I sunniti, setta di maggioranza, riconoscevano la doppia natura politica e religiosa del sultano-califfo, mentre al contrario, gli sciiti ponevano pesanti riserve sulla duplice funzione del capo dello stato. Senza contare che un buon 25% della popolazione dell’impero ottomano professava una fede diversa da quella mussulmana. Sul territorio vivevano comunità greco-ortodosse, cattoliche romane, cattoliche armene, gregoriane armene, ebraiche, protestante, cristiano-maronite, cristiano-nestoriane, uniate siriane, monofisite, samaritane ed altre ancora.

Il fattore religioso tendeva quindi ad assumere un effetto politico negativo, favorendo la frammentazione e le ambizioni autonomistiche dei vari gruppi. Ciononostante, ancora alla fine dell’Ottocento, le alte cariche del governo continuavano ad ignorare o ad eludere questo ed altri problemi. I funzionari ragionavano come se molte delle province dell’impero – soltanto nominalmente assoggettate e controllate da Costantinopoli (come ad esempio la regione arabica dell’Asir o la costa nord-orientale araba) – fossero i tasselli di un organismo ancora omogeneo e compatto. Guarnigioni turche, è vero, erano presenti in tutte le province, ma spesso i governatori locali faticavano ad imporre un’effettiva autorità sul territorio. Fuori dalle grandi città gli amministratori non avevano alcun potere e vi erano distretti nei quali le tribù e le etnie locali non soltanto si rifiutavano di obbedire, ma addirittura imbracciavano le armi contro la burocrazia e l’esercito regolare. In quei distretti, come l’Armenia, le regioni caucasiche e quelle arabe bagnate dal Mar Rosso (l’Hegiaz e l’Asir) l’amministrazione risultava talmente debole e disorganizzata da non riuscire a riscuotere nemmeno i normali tributi. La riscossione delle tasse era un problema che interessava quasi tutto l’impero, tanto da costringere molto spesso il governo centrale a delegare a terzi questa fondamentale funzione. Per fare un esempio, nel 1914, il 95% delle imposte veniva raccolto da esattori privati.

Fonte investopedia.com

Via comedonchisciotte.org

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