La centrale di Fukushima verserà 770mila tonnellate di rifiuti radioattivi nell’oceano

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Nonostante le obiezioni dei pescatori locali, la società incaricata della messa in sicurezza dell’impianto nucleare ha deciso per lo smaltimento nell’oceano.

Circa 580 barili contenenti l’acqua radioattiva usata per raffreddare i reattori danneggiati della centrale nucleare di Fukushima, devono essere scaricati nell’oceano Pacifico.

A dichiararlo è stato il capo della società responsabile della messa in sicurezza degli impianti nucleari giapponesi danneggiati dallo tsunami del 2011. Quell’acqua è contaminata da trizio, una forma radioattiva di idrogeno e il suo rilascio in mare ha già scatenato le polemiche delle comunità locali.

I residenti infatti sono furiosi perché quei barili contengono quasi 777mila tonnellate di rifiuti radioattivi. “La decisione è già stata presa”, ha detto Takashi Kawamura, presidente della Tokyo Electric Power Company (Tepco).

Tuttavia, la Tepco deve attendere l’autorizzazione finale del governo di Tokyo prima di scaricare l’acqua contaminata in mare. “Non possiamo andare avanti se non abbiamo il sostegno dello Stato”, ha dichiaratoKawamura.

La Tepco ha anche incassato l’appoggio di Shunichi Tanaka, presidente dell’Autorità di regolamentazione nucleare giapponese che in passato aveva criticato la società per la sua mancanza di iniziativa.

I pescatori locali sono tra i più accesi contestatori di questa misura. Essi sono contrari alla proposta di Kawamura perché temono che la pubblicità negativa conseguente allo scarico danneggerà il loro unico mezzo di sostentamento.

“Scaricare trizio in mare creerà una nuova ondata di voci infondate, rendendo vani i nostri sforzi per un ritorno alla normalità”, ha detto Kanji Tachiya, a capo di una cooperativa di pescatori locali.

Il trizio è una sostanza pericolosa per gli esseri umani che tuttavia devono esserne esposti a grandi quantità perché si riveli fatale.

Secondo il presidente della NRA Tanaka, la sostanza chimica ha una radioattività così debole da non riuscire a penetrare nemmeno una confezione di plastica.

“In una scala oceanica, una così piccola quantità avrà un effetto minimo“, ha dichiarato al quotidiano britannicoThe Guardian Simon Boxall, un oceanografo presso l’Università di Southampton.

La preoccupazione di ambientalisti e residenti giapponesi però è che questa pratica finisca per diventare un’abitudine.

Fonte www.tpi.it

via NincoNanco

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