IL DIPARTIMENTO DI STATO USA RETTIFICA: “NESSUN FORNO CREMATORIO IN SIRIA”

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(di Giampiero Venturi) Difesaonline

La voce arriva direttamente da Washington. Il Segretario per le questioni del Medio Oriente Stuart Jones, in un briefing con la stampa, ha aggiustato il tiro rispetto alle recenti esternazioni del Dipartimento di Stato: “Nella prigione governativa di Saydnaya in Siria, probabilmente non c’è nessun forno crematorio. Una parte dell’edificio, ristrutturato nel 2013, risulta semplicemente più caldo”.

L’allarme era nato una settimana fa, ricalcando una denuncia di febbraio diAmnesty International, organizzazione particolarmente attiva quando si tratta di individuare responsabilità del governo di Damasco.

Secondo Amnesty, dal 2013 a oggi sarebbero stati eliminati dai 5000 ai 13000 prigionieri, i cui corpi poi sarebbero stati bruciati dai soldati di Assad, per occultare le prove. Amnesty aveva provveduto anche ad elencare tutto un piano di torture ed esecuzioni programmate, dando l’idea dell’esistenza di un vero e proprio lager.

Le fonti sarebbero ex prigionieri, ONG locali e non meglio precisati agenti dell’intelligence.

Il Dipartimento di Stato, avrebbe aggiunto poi che nella prigione siriana situata a meno di 50 km da Damasco, sarebbero stati eliminati per impiccagione circa 50 prigionieri al giorno.

Esattamente come per il presunto attacco chimico a Khan Shaykhun di aprile, anche per Saydnaya non sono state fornite prove. Le foto satellitari addotte nella documentazione per la denuncia, mostrano alcuni edifici della prigione non coperti dalla neve come il resto della struttura. Da qui, la convinzione dell’esistenza di un forno crematorio.

La marcia indietro del Dipartimento di Stato alleggerisce un po’ la tensione in un momento delicato per la Siria. Mentre ripartono i colloqui ad Astana per il consolidamento delle aree di “de-escalation”, le truppe governative avanzano su tutti i fronti (contro lo Stato Islamico a sudest di Aleppo e nell’area di Deir Ezzor) e le Syrian Democratic Forces arabo-curde sono arrivate a 3 km da Raqqa.

(foto: Amnesty International/SAA)

Fonte difesaonline.it

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