GLIFOSATO, l’Europa asseconda lobby e multinazionali: “NON è CANCEROGENO

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Glyphosate: si accende nuovamente il dibattito. L’ECHA afferma che non è cancerogeno, ma è veramente così? Cosa possiamo fare noi cittadini?

Cancerogeno sì, cancerogeno no? Varie volte ci siamo trovati a discutere sulla tossicità o meno del glyphosate, sostanza chimica utilizzata come componente principale di vari erbicidi. Oggi, lo scenario si arricchisce di un nuovo elemento.

L’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) ha infatti deciso di non classificare il glifosato come sostanza cancerogena. Secondo l’Agenzia, le prove finora raccolte non sarebbero sufficienti per decretare la cancerogenicità della sostanza. E nemmeno per considerare certa la sua valenza di agente mutageno o tossico per la riproduzione.

La notizia ha riacceso un dibattito già di per sé infuocato. Da diverso tempo, infatti, scienziati, organismi di controllo e aziende sostengono tesi discordanti riguardo la pericolosità di questo principio attivo. Non ultimo, lo scontro tra IARC (International Agency for Research on Cancer) ed EFSA (Agenzia europea per la sicurezza alimentare). Il primo a favore della proclamazione di cancerogenicità della sostanza, il secondo a sfavore.

Ma rinfreschiamo un po’ la memoria e cerchiamo di ricordare da dove arriva effettivamente questa sostanza.

L’origine del glyphosate

Il glyphosate è una sostanza ad azione erbicida, scoperta negli anni ’50 in Svizzera. Inizialmente, non ebbe una grossa risonanza, fino a quando, venti anni dopo, la multinazionale Monsanto non scoprì altre proprietà legate al suo utilizzo, creando un prodotto, il RoundUp, successivamente venduto in 130 Paesi del mondo. Dopo il 2001, l’utilizzo del principio attivo fu sdoganato e molte aziende poterono inserire il composto chimico all’interno dei propri prodotti, facendolo diventare uno degli erbicidi più venduti in Europa.

Non dimentichiamo inoltre che la diffusione del glyphosate è strettamente correlata alla diffusione di piante Ogm resistenti al composto. Un connubio che ha determinato la diffusione di entrambe le tipologie di prodotti, guarda caso appartenenti alla stessa azienda produttrice: la Monsanto.

Il braccio di ferro tra IARC ed EFSA

Nel novembre del 2015, l’EFSA definì il glifosato come “improbabile cancerogeno”. La decisione fece molto discutere perché in netta controtendenza rispetto al pronunciamento di qualche mese prima dello IARC, che aveva invece contrassegnato il composto chimico come “probabilmente cancerogeno per gli esseri umani”.

A gettare benzina sul fuoco, il fatto che le conclusioni a cui era giunta l’EFSA si basavano su sei studi finanziati dalle aziende coinvolte nella produzione dell’erbicida, alcuni dei quali non pubblicati su riviste scientifiche. E quindi privi dei classici processi di revisione e controllo dei metodi e dei risultati ottenuti.

La cosa spinse un centinaio di esperti, alcuni appartenenti allo stesso IARC, a scrivere una lettera aperta invitando a ignorare le conclusioni dell’EFSA perché non attendibili.

Con l’entrata in scena dell’ECHA, adesso, la questione diventa ancora più scottante. I dati forniti, infatti, potranno essere adoperati dall’Unione Europea per stabilire se rinnovare o meno i permessi di utilizzo del glifosato tra gli erbicidi ammessi nel continente. Obiettivo agognato dalla multinazionale statunitense Monsanto, proprietaria del Roundup, uno dei prodotti più adoperati al mondo, a base di glyphosate.

Il filo di Arianna tra ECHA, Europa ed erbicidi

L’acceso dibattito tra i vari organismi di controllo in merito alla cancerogenicità o meno del glyphosate ha ritardato l’iter di approvazione del rinnovo della sostanza nell’Unione Europea. Per questo motivo, gli Stati membri hanno chiesto all’ECHA di verificare l’eventuale tossicità del composto.

L’Agenzia, pur confermando il rischio che la sostanza possa causare seri danni agli occhi, nonché a flora e fauna degli ambienti acquatici contaminati, ha concluso che non ci sono prove scientifiche sufficienti per classificarla come cancerogena.

Ma non finisce qui. Il parere dell’ECHA dovrà infatti essere sottoposto a un’ulteriore verifica interna. Tornando poi alla supervisione della Commissione Europea che potrà in seguito riavviare il confronto tra gli Stati membri e decidere per il rinnovo dell’autorizzazione. Il tutto potrebbe avvenire entro la fine dell’anno.

Conflitto di interessi?

Varie associazioni ambientaliste hanno già accusato l’ECHA di conflitto di interessi. Sembrerebbe infatti che alcuni membri dell’agenzia abbiano lavorato in passato per aziende chimiche. Accuse che sono state ridimensionate dalla stesso ECHA.

Nei giorni scorsi anche Greenpeace, insieme ad altre venti organizzazioni del settore ambientale e sanitario, ha espresso la sua preoccupazione sui possibili conflitti di interesse all’interno dell’ECHA.

Queste le parole di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia:

L’ECHA ha fatto un gran lavoro per spazzare sotto il tappeto le prove che il glifosato potrebbe causare il cancro. I dati a disposizione sono più che sufficienti per vietare  la sostanza in via cautelativa, ma l’ECHA ha preferito voltare lo sguardo dall’altra parte. Ora spetta quindi all’Italia rimuovere subito il glifosato dai nostri campi, a cominciare dai disciplinari agronomici di produzione integrata, dato che persone e ambiente non possono diventare topi da laboratorio dell’industria chimica”.

Ancora più curioso è quanto evidenzia Il Fatto Alimentare. Secondo la rivista, l’ECHA nelle sue analisi avrebbe tenuto conto non solo degli studi già pubblicati, ma anche dei rapporti originali pubblicati dall’industria chimica. Un accesso esclusivo a studi non pubblici di fonte industriale (non sottoposti quindi a revisione scientifica di parti terze ) alla base anche delle conclusioni dell’Efsa. Scelta che non consentirebbe ad altri scienziati di valutare le conclusioni delle due Agenzie. Né quindi di controbattere sul piano scientifico alle loro conclusioni.

Glyphosate: la sostanza che i cittadini non vogliono

Al di là dei chiari interessi della multinazionale Monsanto, sembra che nessuno voglia il glifosato nel proprio Paese. Circa mezzo milione di persone ha infatti firmato una petizione per chiedere all’UE di bandire la sostanza. Raggiungendo il milione di firme, la Commissione europea sarebbe obbligata a considerare la proposta.

E in Italia? Nel nostro Paese, già alcune Regioni si sono mosse in maniera autonoma per dire NO al glyphosate. È il caso della Calabria, la prima ad aver messo definitivamente al bando la sostanza. E della Toscana, che in sede di Consiglio regionale ha approvato all’unanimità una mozione intitolata “Principio di precauzione e glifosato”. La mozione consentirà di «rimuovere il glifosato da tutti i disciplinari di produzione […] e a escludere dai premi del PSR le aziende che ne facciano uso».

Cosa possiamo fare noi? Firmare la petizione, online a questo indirizzo oppure su carta, ai banchetti presenti in numerose città italiane ed europee.

FOTO: Policía Nacional de los colombianos

Fonte: https://www.ambientebio.it/salute/rischi-salute/glyphosate-echa-cancerogeno/

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